note sconnesse su adulti isterici, diagnosi facili e il solito moral panic in salsa digitale
C’è questa moda — che ormai è diventata struttura portante del dibattito pubblico — di dire che i giovani, la Generazione Z per essere precisi, sono fragili. Non timidi, non riservati, non profondi. Fragili. Di vetro. Di zucchero. Come se andassero in frantumi ogni volta che TikTok crasha o qualcuno gli mette il punto alla fine di un messaggio.
Ecco: questa è una cazzata.
Perché se c’è una generazione che sta reggendo il peso di un mondo costruito da adulti infantili, genitori iper-ansiosi e una scuola mummificata nel Novecento, quella è proprio la Generazione Z. Quella che si becca diagnosi a pioggia — ADHD, DSA, depressione, ansia generalizzata, burnout scolastico, allergia alla realtà — come se fossero bollini da mettere sul libretto sanitario per giustificare qualsiasi cosa, anche il fatto che uno a 17 anni non riesce a concentrarsi per più di otto minuti. Ma chi riuscirebbe, dopo anni di bombardamento mediatico, social, performance continua e genitori che oscillano tra l’ipercontrollo e l’abbandono?
Il punto è che stiamo patologizzando l’adolescenza. Rendendo clinico ciò che, in parte, è fisiologico: il casino, lo smarrimento, la rabbia, il rifiuto. Ma soprattutto, stiamo usando le etichette come salvagente: non per aiutare chi sta male davvero, ma per evitare di guardare in faccia la crisi sistemica che ci sta esplodendo in mano.
Prendiamo la scuola, ma anche l'università, ad esempio. Ancora organizzata come una fabbrica del sapere in stile prussiano, col registro elettronico al posto del cartellino e l’ossessione per la valutazione — che è sempre “formativa”, ci tengono a dirlo, tranne quando serve a umiliare o marchiare. Una scuola che pretende di adattare gli studenti al sistema, mai il contrario. Che dice: “sei tu che devi cambiare, non noi”, come un padre autoritario che chiama “valori” le sue nevrosi.
E i genitori? Stendiamo un altro velo. Non perché siano cattivi, sembrano semplicemente persi. Costretti a fare da firewall tra i figli e aziende miliardarie che progettano piattaforme per rubargli attenzione, soldi e sonno. E quindi oscillano tra il “lascia stare, lo fanno tutti” e il “basta telefono!”. Il tutto mentre cercano di lavorare, sopravvivere, farsi una vita su Instagram e non sentirsi inadeguati ogni volta che leggono un articolo su quanto siano tossici gli smartphone.
Il problema è che nessuno — né genitori, né insegnanti, né i vari opinionisti boomers travestiti da millennial — ha davvero voglia di sporcarsi le mani e fare il lavoro difficile: rimettere in discussione i propri modelli educativi. Tutti vogliono dare consigli. Nessuno vuole perdere potere. Allora si ripiega sulla narrazione comoda: i giovani sono fragili. Non si impegnano. Non leggono. Non sanno parlare. Non reggono la frustrazione. E nel frattempo noi — gli adulti — stiamo lì a sbroccare su Twitter, a spiare le chat dei figli come apprendisti stalker, a scrivere editoriali sulla “crisi dei valori” mentre siamo incapaci di tenere una conversazione di dieci minuti senza toccare il telefono.
Forse è il caso di ammetterlo: la crisi non è dei giovani. È nostra. Loro ci stanno solo restituendo l’immagine deformata di un mondo costruito male, una lasagna di strati che si mostrano sempre più instabili. Quindi no, non serve una nuova cultura educativa (che detto così suona come l'ennesima riforma ministeriale), serve che smettiamo di trattare i ragazzi come contenitori da riempire di ansia e senso di colpa. Che accettiamo il caos, la trasformazione, la fatica.
Forse non c’è davvero un colpevole unico. Non i ragazzi, non gli adulti, non la scuola, non internet. È solo che il mondo è diventato un posto complicato, veloce, sfiancante — e tutti, a qualsiasi età, stiamo cercando di non affogare. Magari invece di rincorrere risposte assolute, dovremmo accettare che un po’ di disorientamento è normale. Che crescere fa schifo, ma anche essere grandi non è questo granché. E che non sempre c’è qualcosa da sistemare: a volte bisogna solo restare, respirare e smettere di giudicare tutto.
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