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Tomasi di Lampedusa, Pasolini e il Nulla Digitale

Mettiamo subito in chiaro una cosa: se leggi “Tomasi di Lampedusa e Pasolini chi cazzo sono” più di due volte in una settimana - e non su qualche forum ironico o in un meme, ma come risposta seria, onesta, non performativa, di chi davvero non ha mai sentito nominare né l’uno né l’altro, qualcosa dentro di te si incrina. Tipo quando scivoli nel sonno e sogni di cadere, ma è il tuo senso storico a precipitare. E insegni, per giunta, Culture Digitali all’università, quindi sei di quelli che ci hanno creduto, che internet avrebbe “liberato” la conoscenza, che il sapere si sarebbe orizzontalizzato, che avremmo avuto un Rinascimento di accessi illimitati e di connessioni fertili, di intelligenza collettiva (o connettiva, dipende dai punti di vista). Ma niente: “Tomasi di Lampedusa e Pasolini chi cazzo sono”, scritto così, senza neppure la cortesia di un punto interrogativo. E allora ti viene da pensare che forse l’utopia ha sbagliato protocollo. Che la democratizzazione della cultura non so...

Un post nostalgico

 Per la maggior parte di noi - e qui parliamo di quella fetta demografica abbastanza anziana da ricordare quando "andare online" era ancora un verbo che richiedeva una scelta consapevole, non uno stato esistenziale permanente - può sembrare quasi mitologico, ma il web funzionava diversamente. Il che è un modo educato per dire che non era ancora stato completamente inghiottito dal grande Moloch del capitalismo di sorveglianza che oggi monetizza persino la durata delle nostre pause tra un respiro e l'altro. Considerate, per esempio, gli RSS (acronimo che la maggior parte delle persone sotto i trent'anni probabilmente scambierebbe per qualche nuova forma di disturbo dell'attenzione). Questi feed non ti tracciavano. Fermatevi un attimo a contemplare l'assurdità radicale di questa affermazione: una tecnologia che ti dava esattamente quello che avevi chiesto, senza registrare ogni microsecondo della tua interazione per poi rivendere questi dati a broker che probabi...

Bridget Jones: il lutto ti fa bella

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Se uno spettatore, occasionale o affezionato, si avvicina al quarto capitolo di quella che, con buona pace di ogni snobismo critico, è una delle più longeve cronache sentimentali contemporanee, si aspetta - erroneamente ma anche prevedibilmente - soltanto una nuova carrellata di goffaggini in salsa british, un cocktail di battute autoironiche e incidenti sociali da manuale... Si sbaglia. Il quarto episodio della saga di Bridget Jones, infatti, compie un piccolo miracolo narrativo: si presenta come sequel comico e si rivela, invece, un’elegia sottile e consapevole sulla perdita e la reinvenzione di sé. Bridget ora è vedova. Un'affermazione semplice, ma che, in questa storia, suona come un vero e proprio terremoto. Perché Darcy non era solo il marito: era l’archetipo. Il compimento della tensione narrativa. Il lieto fine. E ora, puff, morto. E invece di renderlo un trauma da retrovia o un pretesto per qualche flashback melenso, Abi Morgan e Helen Fielding ci fanno una cosa rara: lo u...

note sconnesse su adulti isterici, diagnosi facili e il solito moral panic in salsa digitale

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C’è questa moda — che ormai è diventata struttura portante del dibattito pubblico — di dire che i giovani, la Generazione Z per essere precisi, sono fragili. Non timidi, non riservati, non profondi. Fragili. Di vetro. Di zucchero. Come se andassero in frantumi ogni volta che TikTok crasha o qualcuno gli mette il punto alla fine di un messaggio. Ecco: questa è una cazzata. Perché se c’è una generazione che sta reggendo il peso di un mondo costruito da adulti infantili, genitori iper-ansiosi e una scuola mummificata nel Novecento, quella è proprio la Generazione Z. Quella che si becca diagnosi a pioggia — ADHD, DSA, depressione, ansia generalizzata, burnout scolastico, allergia alla realtà — come se fossero bollini da mettere sul libretto sanitario per giustificare qualsiasi cosa, anche il fatto che uno a 17 anni non riesce a concentrarsi per più di otto minuti. Ma chi riuscirebbe, dopo anni di bombardamento mediatico, social, performance continua e genitori che oscillano tra l’ipercontr...

Non mi alzo da qui e non potrai costringermi

Sai cosa? Sono stufo di tutti questi guru che ti martellano con 'sta storia della "comfort zone" come se fosse una colpa rimanere dove ti senti a tuo agio. "Devi crescere, sfidarti, buttarti nel vuoto"... ma per favore. Io nella mia comfort zone ci sto alla grande, e non mi vergogno mica a dirlo. Non è una prigione, è un posto che mi sono costruito col tempo, un angolo dove posso essere me stesso senza dover dimostrare un bel niente a nessuno. Ci ho messo anni ad arredare questo spazio come lo volevo. È tipo quella vecchia poltrona un po' consumata che prende la forma del tuo corpo - magari fa schifo a vedersi, ma quando ci affondi dentro è tutta un'altra storia. Ho i miei libri impilati come capita, i miei videogiochi, la mia musica... le mie persone! E dovrei mollare tutto questo per cosa? Per inseguire qualche miraggio che mi propinano per vendermi qualcos'altro? Quelli che ti ripetono "lavora di più, rischia, sii ambizioso" sono gli s...

L'ultima estate di Lisa

Non posso dire di averla conosciuta davvero. Per anni ci siamo incrociati, ogni estate, per quei quindici giorni che scorrono rapidi tra il sole e il mare. Lei e suo marito vivevano la loro vacanza con discrezione, quasi in punta di piedi, senza mai lasciar trasparire il desiderio di farsi conoscere. Erano lì, come noi, ma distanti, avvolti in un mondo che pareva chiuso agli estranei.  Poi, quest’ultima estate, qualcosa cambiò. Lisa sorrise di più, si fermò a parlare, si lasciò avvicinare. Improvvisamente, era ovunque: nelle risate condivise, nei brindisi al tramonto, nei racconti sotto le stelle. Per la prima volta conoscemmo lei e suo marito, e fu una sorpresa scoprire in lui una persona intelligente, amorevole, leggera.  Sembrava che il tempo, d’un tratto, avesse perso il suo peso, che quei giorni si dilatassero per farle spazio. Fu un'estate bella, di quelle che restano impresse anche quando gli echi delle risate svaniscono nel vento. Un'estate che oggi diventa memoria, il...

Scissione - Manuale per esistenze frammentate

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Siediti. Guarda Severance. Non è solo una serie, non siamo più negli anni duemila. È come aprire una scatola cinese, ogni livello ne nasconde un altro più inquietante. Apple TV+ te lo serve su un piatto d'argento, ma non c'è niente di lucido qui. È un ufficio con pareti bianche che puzzano di candeggina e disperazione. È la Lumon Industries, dove ti strappano l'anima e la infilano in un cassetto con sopra scritto "innie". Mark Scout, con lo sguardo di chi ha perso tutto, guida il gruppo. Helly, Irving, Dylan: pedine in un gioco che non comprendono. Fino all'episodio 7 della stagione 2, ti hanno fatto solo annusare il sangue. La prima stagione, uno slow burn: Mark e i suoi scoprono cosa si nasconde dietro la scissione—un processo che ti divide letteralmente tra lavoro e vita. Helly si ribella al sistema, Irving trova significato in un  manuale aziendale. Finisce con una rivelazione scioccante: le loro versioni "innie" emergono nel mondo reale, rivelan...