Tomasi di Lampedusa, Pasolini e il Nulla Digitale

Mettiamo subito in chiaro una cosa: se leggi “Tomasi di Lampedusa e Pasolini chi cazzo sono” più di due volte in una settimana - e non su qualche forum ironico o in un meme, ma come risposta seria, onesta, non performativa, di chi davvero non ha mai sentito nominare né l’uno né l’altro, qualcosa dentro di te si incrina. Tipo quando scivoli nel sonno e sogni di cadere, ma è il tuo senso storico a precipitare. E insegni, per giunta, Culture Digitali all’università, quindi sei di quelli che ci hanno creduto, che internet avrebbe “liberato” la conoscenza, che il sapere si sarebbe orizzontalizzato, che avremmo avuto un Rinascimento di accessi illimitati e di connessioni fertili, di intelligenza collettiva (o connettiva, dipende dai punti di vista). Ma niente: “Tomasi di Lampedusa e Pasolini chi cazzo sono”, scritto così, senza neppure la cortesia di un punto interrogativo.

E allora ti viene da pensare che forse l’utopia ha sbagliato protocollo. Che la democratizzazione della cultura non solo non è arrivata, ma si è trasformata in una proliferazione di microfeudi algoritmici, piccole bolle cognitive recintate col filo spinato. Che internet non ha liberato niente, ha solo raffinato l’antico divide et impera, rendendolo asettico, dolcemente tossico, un Netflix della mente dove ti propongono ciò che sei già, mai ciò che potresti diventare.

E intanto siamo qui. A giugno. Periodo di maturità. “Maturità”: la parola più ossimorica della scuola italiana, e non solo perché gli esami spesso non fanno maturare nessuno, ma perché non si matura più. Si galleggia. Si resta in una forma di infanzia assistita che comincia a tre mesi con l’asilo nido e finisce, forse, a ventidue anni col tirocinio non retribuito. E chi prova a svegliare le coscienze, chi butta lì un libro, un link, un film da scaricare illegalmente perché non si trova in streaming, riceve solo sguardi vuoti. Neanche più la pirateria – che almeno era fame, desiderio, gesto borderline ma vitale – sopravvive. Troppo sbattimento, pare.

E noi? Cosa facciamo noi? I docenti, i ricercatori, i "disperati con la passione"? Continuiamo a produrre paper peer-reviewed che leggeranno sei persone, due delle quali siamo noi stessi a distanza di mesi. Ci incontriamo ai convegni, ci ascoltiamo con l'aria di chi forse dovrebbe, prendiamo appunti che non rileggiamo mai, e aspettiamo, in fondo, solo la cena sociale. Ma anche lì, se la compagnia non è buona, pensiamo al treno del giorno dopo.

Quindi che si fa? Davvero: che si fa? Si resiste per principio? Per dovere morale? Perché non sappiamo fare altro? O perché ogni tanto, ogni tanto davvero, uno studente ti guarda e ti dice: “Prof, mi sono scaricato Comizi d’amore, ma non ho capito se Pasolini ci credeva davvero o stava trollando l’Italia”?

C’è speranza? proviamo a crederci nella speranza, la forma più sofisticata della disperazione, ma solo perché l’alternativa è il silenzio. E questo, no, non ancora. 

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