Bridget Jones: il lutto ti fa bella
Se uno spettatore, occasionale o affezionato, si avvicina al quarto capitolo di quella che, con buona pace di ogni snobismo critico, è una delle più longeve cronache sentimentali contemporanee, si aspetta - erroneamente ma anche prevedibilmente - soltanto una nuova carrellata di goffaggini in salsa british, un cocktail di battute autoironiche e incidenti sociali da manuale... Si sbaglia. Il quarto episodio della saga di Bridget Jones, infatti, compie un piccolo miracolo narrativo: si presenta come sequel comico e si rivela, invece, un’elegia sottile e consapevole sulla perdita e la reinvenzione di sé.
Bridget ora è vedova. Un'affermazione semplice, ma che, in questa storia, suona come un vero e proprio terremoto. Perché Darcy non era solo il marito: era l’archetipo. Il compimento della tensione narrativa. Il lieto fine. E ora, puff, morto. E invece di renderlo un trauma da retrovia o un pretesto per qualche flashback melenso, Abi Morgan e Helen Fielding ci fanno una cosa rara: lo usano come asse portante della commedia. Non per mancanza di rispetto, ma perché, come ci ha insegnato un certo tipo di narrativa post-moderna, il dolore può essere raccontato anche smontato, decostruito e (parzialmente) deriso.
Il film è strano, in senso buono. Strano perché riesce ad alternare un umorismo che sfiora la farsa con momenti di disarmante vulnerabilità. Non c’è una scena chiave in cui tutto si risolve (anzi, c’è una bellissima assenza di chiusura), ma una serie di piccoli gesti, sguardi e frasi interrotte che portano più lontano di qualsiasi dichiarazione plateale. Bridget piange, poco, ma il dolore lo senti in ogni pausa, ogni battuta sgonfiata di energia, ogni sorriso che arriva due secondi in ritardo. È una scrittura emotiva, non eccessivamente dialogata.
E Renée Zellweger - che possiamo dire ormai in simbiosi col personaggio - è brillante, ovviamente, ma mai compiaciuta. Sa di essere amata, e quindi non ha bisogno di farsi amare. Non cerca approvazione, non si giustifica. Recita con la calma di chi ha capito che la tragedia, se ti sorprende già stanca, non ha più armi.
Il ritorno di Hugh Grant è gestito con un’astuzia quasi meta-cinematografica: Daniel Cleaver non è più il giullare sexy, ma una figura più crepuscolare, e anche per questo - stranamente - più interessante. Emma Thompson, in perfetta modalità “donna che domina ogni scena con tre battute e un sopracciglio”, illumina ciò che altrimenti sarebbe solo un ruolo minore.
Anche il lungo intermezzo col toy boy funziona, certo. Non tanto per la chimica (che c’è), ma perché fotografa con precisione chirurgica quella generazione educata al consenso verbale ma incapace di gestire l’intimità reale. Quelli che ti chiedono il permesso di baciarti con la voce bassa e lo sguardo fragile, e poi - dopo mesi di relazione - spariscono senza spiegazioni. Non per cattiveria, ma per vigliaccheria mascherata da autodifesa emotiva. E poi c’è il professor Wallaker. introverso, empatico, spiazzante. Funziona.
Il vero punto, quello che distingue questo film da una semplice operazione nostalgia o da un aggiornamento forzato, è che Bridget Jones ha imparato a coniugare il lessico dei nostri tempi senza scimmiottarlo. C’è una consapevolezza linguistica e culturale che rifiuta tanto il politically correct da manuale quanto la regressione rassicurante. Bridget è cambiata. Ma non è “cresciuta” nel senso morale del termine: è semplicemente sopravvissuta. E questo, oggi, è già rivoluzionario.
Il finale non chiude. Non c’è un vero e proprio punto fermo, c’è invece un’ipotesi. Un’apertura. Come se il film dicesse: la vita continua, anche se non ne hai voglia. E tu - tuo malgrado - continui con lei.

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